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La Pop Art e l'immagine del cibo

Gli artisti raggruppati sotto la Pop Art hanno sistematicamente attinto al mondo del mercato e del consumo - o del tempo libero - di massa ( = popular).
Mostra This is Tomorrow, Londra, Whitechapel Art Gallery, 8 Agosto – 9 Settembre 1956. È costituita da 12 installazioni, ognuna delle quali è frutto della collaborazione tra un pittore, uno scultore e un architetto. La mostra è organizzata dall’Independent Group, associazione costituita nel 1952-1953 all’interno dell’Institute of Contemporary Art (ICA) di Londra da artisti, architetti, fotografi e critici. Secondo l’I.G. l’arte deve trovare i suoi contenuti nei fumetti, nel cinema, nella pubblicità, nella tecnologia e nei diversi aspetti della società del consumo. La Pop britannica propone una visione critica e ironica esplicita nei confronti degli oggetti e delle immagini della società di massa.

Preceduta dalle esperienze New Dada (Rauschenberg e Johns) e per certi aspetti dalla Pop britannica, la Pop statunitense si impone all’attenzione mondiale attraverso una serie di mostre allestite a New York tra il 1961-1962 e soprattutto attraverso la partecipazione degli artisti pop americani alla Biennale di Venezia del 1964. La critica (contributi contenuti in Lucy R. Lippard, Pop Art, London 1966) ha precisato che la dimensione specifica della pop statunitense consiste nell’aver inserito nel contesto della high art, dell’arte “pura”, non solo i soggetti della low art,e cioè della produzione di immagini commerciali e dei mass media (fumetti, pubblicità, cinema, rotocalchi, insegne dei negozi, segnaletica stradale ecc.), ma anche in particolare nell’averne mutuato lo stile e le tecniche linguistiche (realismo, colori piatti e acidi, forme semplificate, fuori scala, fotoserigrafia, retino tipografico).




Andy Warhol (1928-1987)

La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. L'opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.



In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l'universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la "società dell'immagine" odierna. Ogni altra considerazione è solo conseguenziale ed interpretativa, specie da parte della critica europea, che in queste operazioni vede una presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, anche se ciò, a detta dello stesso Warhol, sembra del tutto estraneo alle sue intenzioni



Claes Oldenburg (1929-in vita)

 
Attraverso un modo alternativo di fare scultura, questo artista americano si situa all’interno del movimento Pop anni Sessanta senza però seguirne le caratteristiche principali: la freddezza nelle riproduzioni di Andy Warhol, l’appropriazione di Roy Lichtenstein, insomma il prelevamento di una realtà catapultata nel contesto dell’arte viene meno. Il punto di partenza per Oldenburg infatti non è la realtà quotidiana presa “così com’è”, ma una lunga rielaborazione mentale di essa, concretizzata poi nella creazione artistica.
L’atteggiamento post-dadaista di sfruttare oggetti di uso quotidiano senza mutarne le fattezze, in questo scultore non trova riscontro; Claes Oldenburg infatti, se proprio si deve cercare un corrispondente nell’arte del passato, rimanda al Surrealismo nell’impronta fortemente onirica dei suoi lavori.

I soggetti di queste sculture appartengono sempre alla sfera quotidiana, in particolare a prodotti con cui l’uomo degli anni Sessanta ha familiarizzato con la società del benessere: cibo e strumenti tecnologici. Questi prodotti però vengono sempre ricreati dalla mano dell’artista, che giunge ad una raffigurazione finale solo dopo aver mentalmente interagito con essi, così che gli enormi hamburger, i grandi gelati o le assurde macchine da scrivere non sono rappresentate come realmente dovrebbero essere, ma come Oldenburg li immagina dopo avervi comunicato.

 


PJ

Ciclista a tempo perso, una volta cestista, adesso studente universitario.
Autore Fattone.it

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Item Reviewed: La Pop Art e l'immagine del cibo Rating: 5 Reviewed By: Valerio Palumbo