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Stupefacenti e diritto: intervista all'Avvocato Zaina.


Sono riuscito a contattare una delle massime figure antiproibizionistiche italiano, nonchè grande esperto di diritto degli stupefacenti: l'Avvocato Carlo Alberto Zaina, gestore tra l'altro di una piccola ma molto interessante pagina sulle implicazioni legali delle droghe: stupefacenti e diritto. Gli ho rivolto una serie di domande, alcune della quali suggeritemi dai fan, in modo che tutti potessero avere quella conoscenza di base sull'argomento che è necessaria.


La Fini giovanardi è stata abolita ormai un anno fa, ci sono state novità legislative? 
Sono state depositate in Parlamento molte proposte, tra cui una dell’Onorevole Ferraresi del Movimento Cinquestelle, con il quale ho avuto modo di confrontarmi ed alla cui stesura ho partecipato, pur non essendo io iscritto a tale Movimento nè a nessun partito politico. Devo dire che, comunque, l’idea di lavorare ad una legge che riguardi solo certi aspetti e non un argomento nel suo complesso non mi è parsa la scelta migliore. Oltre alla proposta dell’On. Ferraresi, ve ne sono altre in attesa, tra le quali segnalo quella dell’On. Manconi e dell’On. Farina. Mi pare, però, che appaia chiaro, purtroppo, che non sia una priorità per il Parlamento regolamentare una materia invece così importante. 

Quali sono state le conseguenze per le persone già condannate da una legge poi resa incostituzionale?

Il problema è che come al solito in Italia non si interviene radicalmente. Le conseguenze, infatti, avrebbero potuto e dovuto essere di grande impatto per chi era già stato condannato, invece la giurisprudenza è ancora ferma a discutere se effettivamente si debba rideterminare la pena in un modo piuttosto che in un altro. Devo quindi dire che, per quanto sia stata importante la sentenza n. 32/2014, i suoi effetti non sono stati in linea con quanto era logico attendersi, anche perché noto che da parte della magistratura si è manifestata una sorta di resistenza nei confronti di un’interpretazione più estensiva della norma che si è venuta ad riapplicare ex novo. E', infatti, pacifico che ora si applica quella originariamente contenuta nel testo della Iervolino-Vassalli. L’art 73 in questa dizione è stato riapplicato ai nuovi processi con grande favore, sanzionando diversamente droghe leggere e pesanti. Chi già era stato condannato trova, sovente, in sede incidente di esecuzione, molte ingiustificate difficoltà ad ottenere un nuovo ricomputo della pena, poichè l’attenzione della magistratura si posa su questioni che giudico marginali. Posto che la legge 49/2006 è stata dichiarata incostituzionale, credo che chi è stato condannato con una legge incostituzionale debba in qualche modo poter fruire di un nuovo trattamento sanzionatorio, senza troppi ostacoli interpretativi. 

Come comportarsi nel caso si avessero problemi con la giustizia per possesso a uso personale?

E’ difficile dare un consiglio, bisogna, però, cercare di difendersi nel miglior modo possibile. Nel caso in cui il possesso avvenga per fini esclusivamente personali, l’indagato deve cercare di dimostrare innanzitutto la destinazione all’uso personale, e poi affidarsi ad un avvocato che non sia disposto a un patteggiamento solo per pervenire ad una conclusione rapida e semplice della causa, ma che sia, invece, disposto a seguire il processo con pazienza e sia motivato ad ottenere l’esito migliore possibile. Per esempio, in un recente giudizio a Milano, io ho consigliato il mio assistito a sottoporsi ad un test di analisi del capello, che attestasse che era un assuntore. Allora, potendo provare che il possessore è un assuntore, fornisco un ulteriore elemento a suo favore. Poi ribadisco, non per tirare acqua al mio mulino, che vi è spesso la volontà di certi avvocati di concludere con un patteggiamento per risolvere il problema con pochi sforzi ed ottenere una facile parcella. Invece bisogna affidarsi solo ad avvocati che vogliano evitare che la condotta di assunzione venga criminalizzata. 

Dalla sua esperienza di avvocato, qual’è l’attitudine generale nei processi: si tende a sanzionare anche i consumatori e i piccoli produttori?

Dipende dall'approccio che hanno i magistrati... uno dei sancta sanctorum del diritto degli stupefacenti per esempio è il Dottor Giuseppe Amato, procuratore della Repubblica a Trento, che è una persona preparatissima in materia e che non mostra preconcetti verso i consumatori. Altri magistrati, invece, molte volte non hanno un’adeguata preparazione su questo tema, Ho visto espressioni di sorpresa quando ho parlato loro di piante maschio e femmine, di ermafroditi... A mio avviso deve esistere la presunzione del possesso a fini di consumo personale (che esime da responsabilità) e non, come spesso purtroppo capita, la presunzione di possesso per fini di vendita. La destinazione allo spaccio va provata concretamente e lo deve fare l’accusa. Ripeto, il livello di conoscenza della materia da parte di magistrati ed avvocati non è, secondo me, adeguato. 

Una domanda che ci tocca molto da vicino: quali sono i rischi per chi tratta l’argomento, a livello politico o giornalistico, di incorrere in sanzioni per apologia di reato?

Se la volontà della persona è di raccontare ed affrontare seriamente il tema, può farlo come desidera, socialmente, scientificamente, a livello informativo... Se non c’è la volontà di istigare all’uso di sostanze stupefacenti, allora si è protetti dall’art.21 (libertà di stampa nda) della Costituzione, che fa da salvaguardia massima. Quindi, qualsiasi giornale o qualsiasi forum è assolutamente immune all’accusa di istigazione alla coltivazione od al consumo se incentra la sua attenzione su elementi di carattere generale. Ricordo che nel 2007 ho seguito il primo processo, a Rovereto, dove era contestata la istigazione all’uso di sostanze stupefacenti. In quel caso difesi il titolare di un forum, dove si parlava appunto di uso e coltivazione, e l'imputato fu assolto perchè gli fu riconosciuto il principio che il diritto costituzionale garantiva la libertà di parola. Il suo blog non forniva indicazioni su come coltivare, né si magnificavano i prodotti della coltivazione. Consegue che i discorsi che abbiano ad oggetto condotte illecite o che forniscano consigli per eludere la legge costituiscono reato e sono il limite della libertà di espressione e pensiero. Se invece si esprime un ragionamento giuridico, una valutazione politica oppure una tesi informativa, allora la libertà di pensiero è sacrosanta. 

Fino a che punto possiamo spingerci sotto l'aspetto associazioni, social cannabis club, manifestazioni, disobbedienza civile e referendum? 

Io credo poco nella disobbedienza civile, dato che i radicali sono da quarant’anni che nobilmente e con un serio impegno sociale fanno disobbedienza civile senza aver ottenuto concretamente nulla. Io credo piuttosto nelle occasioni di discussione, nel parlare e informare le persone, nel confrontarsi seriamente. Bisogna parlare di queste cose senza falsi pudori, ma parlarne con pacatezza e fondatezza. Io sono un’antiproibizionista ragionato: non sono per la legalizzazione indiscriminata, sono per la desanzionalizzazione per l’uso ricreativo, ovvero nessuna sanzione, nè penale nè amministrativa per i consumatori, e, al contempo, sono per la legalizzazione per motivi terapeutici e medicali. Legalizzare vuol dire creare un diritto a qualcosa, e non esiste, secondo me, il diritto ad assumere sostanze stupefacenti per fini ludici. Esiste, tuttavia, il diritto a non essere per questo perseguiti penalmente od amministrativamente, che è una cosa molto diversa, perché significa non essere criminalizzati. E’ invece diritto del malato. Non si può impedire a qualcuno che cerca di star meglio di curarsi. 

Come è possibile che una serie di provvedimenti passati, tra cui addirittura il referendum abogativo del ’93, siano stati ignorati dal legislatore?

Il legislatore non fa altro che applicare quella che ritiene (spesso a torto)la vera morale di questo Paese, che è una morale che solo punisce. Il politico si piega sovente servilmente solo a ciò che gli sembra più utile per ottenere consensi dall’elettorato. Il nostro premier, che è molto prodigo di proposte in tutti i cambi e che vuole novità organizzative, è la stessa persona che, però, lascia che il Dipartimento Politiche Antidroghe non abbia un capo da mesi. Il problema dell'intervento politico è esclusivamente, purtroppo, un problema di acquisizione di voti. La lotta indiscriminata e sordamente proibizionista alle droghe esiste a causa dell’esistenza di una certa mentalità e volontà della classe politica di ignorare l’argomento. 

Nell’anno passato il dibattito è stato particolarmente acceso, grazie agli sviluppi legali americani e all’eliminazione della Fini-Giovanardi: vede lo spazio politico per una depenalizzazione?

 Le realtà di Uruguay e Colorado non si possono applicare, sono completamente diverse da noi. La Fini-Giovanardi conteneva norme inammissibili ed incostituzionali, ed era in molte sue parti in palese conflitto con i principi di uno Stato di diritto, tanto che è intervenuta la Corte Costituzionale. Si stanno iniziando a creare gli spazi per un quadro di depenalizzazione autentica. L’attuale sistema, pur avendo limitato le applicazioni del penale, ha introdotto la pratica gravemente sanzionatoria delle sanzioni amministrative, come il ritiro della patente o del passaporto. Altrettanto inammissibile è l’esistenza di prove ormai antiquate per stabilire se si è alla guida sotto effetto di sostanze stupefacenti: ad oggi si usano ancora i test di sangue o urine, che risultano molto imprecisi (se non addirittura la constatazione de visu dei verbalizzanti), rispetto ad esempio al tampone salivale, usato con successo in Svizzera, che, stando alla letteratura medica porta ad una maggiore certezza, permettendo di determinare se il soggetto abbia assunto sostanze nelle ultime 6 ore. 

E’ possibile a livello giuridico una legalizzazione a pieno titolo o si è sottoposti in ogni caso a convenzioni internazionali?

 L’Onu non conta più nulla, ormai, in tutti i settori (droghe comprese). Esistono delle direttive UE, tra cui la decisione, la 757/GAI del 2004, che regola la materia, e che afferma che qualsiasi tipo di condotta che risulti strumentale all’uso personale non dovrebbe essere punito. E’ un principio che, purtroppo, i giudici intendono ignorare, fornendo un’interpretazione assai distorta. Una legalizzazione, in questo contesto non sarebbe, comunque, possibile, per questo io continuo a parlare di depenalizzazione e di un uso terapeutico. 

Come riavvicinare alla politica la fascia di elettori sotto i 30 anni, che statisticamente sono quelli che vanno meno a votare ma anche quelli più interessati al tema della legalizzazione? 

E’ difficile rispondere, faccio l’avvocato e non voglio fare il politico. Penso che bisognerebbe innanzitutto informare i giovani: la conoscenza è il primo criterio per l’azione. Bisogna proporre servizi di giornalismo, di informazione scientifica, e discutere senza sosta dell’argomento, per arrivare ad una presa di coscienza anche sui tanti profili negativi che connotano il consumo di droghe e di sostanze psicoattive in genere.

Quale sarebbe secondo lei il percorso da seguire per arrivare ad una situazione di legalità?

Non è facile individuarlo. Io credo che dipenda solo dalla assenza di volontà: se la politica pensasse meno ai voti e ad un consenso fittizio di potere e realmente più ai problemi della gente si arriverebbe a una svolta. Finchè non ci sarà dell’onestà da parte della classe politica e un’azione di natura popolare non credo che si arriverà da nessuna parte.


l'Avv. Carlo Alberto Zaina



OZY MANDIAS

Poeta, attore, giornalista e scrittore. Non sono nulla di ciò.
DirettoreFattone.it

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