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L'inizio del proibizionismo - La canapa tra 1800 e 1900


Nel 1855 Bayard Taylor descrive un’esperienza con l’Hashish nel suo libro di     viaggi “Land of the Saracens”, e altri resoconti del genere appaiono in seguito all’autobiografia anonima “The Hashish Eater” (il mangiatore di hashish) pubblicata dal giovane Fitzhurgh Ludlow, che comprava regolarmente a sei centesimi a dose l’ashish, cioè l’Estratto Medicinale Tilden, dal suo farmacista di fiducia a Poughkeepsie, New York.

Anche questi due libri contribuiscono, insieme alla moda francese, all’ulteriore diffusione dell’ashish tra gli intellettuali, e John Stuart Mill, Walter de la Mare, William James, Alexander Dumas ed altri ne fanno l’esperienza.
Ma l’uso della canapa come droga voluttuaria rimane in questo periodo ristretto all’élite intellettuale, mentre sono ancora notevolissime le applicazioni e le ricerche in campo medico. Nel 1860 R.R. Means la usa per curare diversissime malattie, e H. H. Kane nel 1881 per disintossicare una donna dall’alcool. H. A. Hare nel 1887 la raccomanda per i moribondi, dato il suo effetto di “calmare il nervosismo e l’ansietà, e di interessare il malato ad altre cose…in queste circostanze il paziente può raggiungere lo stato d’animo tranquillo e addirittura allegro”. E ancora il dottor J. R. Reynolds la usa per anni con ottimi risultati nel trattamento dell’insonnia senile, e senza nessun aumento di dosi. Ecco un elenco sommario delle altre malattie che lungo i secoli sono state curate con la canapa: emicrania, nevralgie, sciatica, nevrastenia, cistite, dismenorrea, affezioni respiratorie, catarro cronico, enfisema, asma, pertosse, cancro, ulcera, affezioni cutanee, erpeti, inoltre secondo T. H. Mikuriya la canapa è anche oxitocica, utile cioè per accelerare il parto. Per dare un’idea della diffusione della canapa per usi medicinali basta dire che, ancora nel 1918, la coltivazione negli USA occupava 45 ettari e 
forniva 60 tonnellate di droga (Perrot e Blague).
Ma ormai i tempi stavano cambiando. Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina e lungo il XX secolo l’applicazione medicinale della canapa cade progressivamente in disuso. La ragione è che la morfina e gli altri derivati sintetici dell’oppio, una volta introdotti come consumo di massa, sono più facilmente gestibili a livello industriale. In altre parole la medicina popolare e l’erboristeria, basate sulle erbe come la canapa che crescono spontaneamente e sono accessibili a tutti a prezzi minimi, non possono essere oggetto di monopolio; per questo vengono soppiantate dall'introduzione di farmaci sintetici, tra cui gli oppiacei, producibili solo con attrezzature e tecniche complesse, realizzabili solo nella grande industria, e adatti perciò a creare un monopolio e un nuovo mercato, fonte di profitto.

Infatti gli USA a cavallo del secolo furono invasi da sciroppi per la tosse, ricostituenti, elisir per calmare i bambini, medicine per la tubercolosi e balsami magici che, dietro ai nomi rassicuranti e gli accattivanti slogan pubblicitari, nascondevano dosi di morfina, eroina, cloroformio, codeina, etere: “Quando aprite questo flacone ordinate subito la dose del mese prossimo, per evitare ogni interruzione della cura!”, e il risultato furono due milioni di junkies assuefatti e dipendenti dai farmaci miracolosi, per non contare i morti, specialmente tra i bambini. Notevole è l’analogia con l’uso di laudano e oppio, invalsi ai tempi della rivoluzione industriale per far dormire i piccoli, in modo che le madri potessero dedicare il massimo del loro tempo al lavoro nelle miniere e nelle filiere.

Ma torniamo alla Cannabis. La canapa come droga voluttuaria si diffonde a livello di massa negli USA solo dopo la fine del XIX secolo, quando gli immigrati, operai messicani e mariani delle Indie Occidentali, cominciano a passare il confine portandosi dietro il sacchettino di mota. Entra subito negli usi degli immigranti, dei poveri, dei negri, e i negri del sud portano in giro la loro musica, il blues, e insieme la marijuana, forse chiamata così dal portoghese muran cuanco (intossicazione), o secondo alcuni altri con il nome di una vecchia spacciatrice messicana: Maria Giovanna appunto
New Orleans, capitale del jazz, è la prima città che conosce l’uso di massa della canapa, nel 1926, ma la marijuana risale rapidamente il Mississippi, e nel 1930 è ormai conosciuta in tutte le grandi città americane.
Ed è proprio in questi anni che inizia la grande campagna denigratoria della Cannabis, finora legale, orchestrata da Harry F. Anslinger, capo del Narcotics Bureau istituito nel 1930. La colossale montatura mistificata a mezzo della stampa, che si serviva di titoli allarmistici del tipo: “Marijuana-Assassina della gioventù” o “L’erba uccide”, aveva tre scopi contingenti:
1) Allargare il Narcotics Bureau che poteva così ottenere maggiori finanziamenti e maggiore potere personale per i propri funzionari, burocrati in gran parte già corrotti dal proibizionismo;
2) Reprimere le minoranze negre e immigrate, facendo leva sul razzismo e sulla paura dei bianchi che i negri corrompessero i loro bei figlioli con la marijuana;
3) Espandere il mercato degli oppiacei, in mano alla mafia, notoriamente  molto legata alle alte sfere dell’FBI. La manovra, condotta con somma maestria, condusse dopo alcune leggi all’approvazione della legge federale del 1937 nota come “Marijuana Tax Stamp Act” che la proibiva su tutto il territorio nazionale. Il risultato della legge fu l’aumento immediato del prezzo della marijuana, e ciò fornì agli spacciatori di oppiacei a smerciare anche quella, visto che ciò non comportava rischi legali oltre a quelli che già correvano. Questo fatto mise i consumatori di marijuana di fronte alla possibilità di far uso di tutti i tipi di droghe e portò, come previsto, ad un aumento del consumo di oppiacei e cocaina. A questo punto non restò che far figurare l’aumentato consumo di droghe pesanti come conseguenza della marijuana, sempre attraverso la propaganda dei mass-media, e il gioco fu fatto.

Presto anche gli altri paesi introdussero una legislazione anti-Cannabis, compresa l’Italia (1954), dove però il problema fino a qualche anno prima era visto in termini un po’ diversi, come appare da questo brano di Mario Bazzi pubblicato nel 1941: “Le larghe possibilità di una coltivazione della Cannabis Indica in Italia permettono oggi di avere nel nostro Paese la droga in quantità sufficiente, senza ricorrere all'importazione dall’Asia e dall’America. Si è così risolto questo interessante aspetto dell’autarchia del farmaco in Italia”. Interessante davvero; oggi l’Italia in questo campo non è affatto autosufficiente, forse perché sono aumentati i consumi, però se le possibilità ci sono non è detto che la situazione possa cambiare.

-Kokopelli-

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