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Linguaggio del cibo

Un linguaggio può essere definito come uno strumento di comunicazione condiviso tra più persone, con elementi comuni che tutti comprendono. Un linguaggio esprime situazioni e stati differenti e può essere generale o dettagliato, se per esempio viene definito in un ambito preciso, come quello sociale o quello religioso. Esistono migliaia di linguaggi diversi, ma tutti si devono basare su un appoggio comune: la grammatica.

Cosa c'entra questo con il cibo? Alcuni storici e antropologi dell’alimentazione si sono chiesti se il cibo fosse esso stesso un linguaggio con regole definite, e per questo hanno cercato di fare un parallelo tra la grammatica linguistica e quella culinaria, suddividendola in morfologia, sintassi e retorica.

La morfologia si occupa primariamente dello studio dei morfemi (le radici), che costituiscono la parte più piccola con significato delle parole. I morfemi, quindi, se collegati con le varie desinenze appropriate, formano le parole. Nel linguaggio del cibo, invece, i morfemi sono gli alimenti primari non trasformati, ovvero i prodotti base animali o vegetali. Per esempio è un morfema “cereale”, mentre la parola è la sua caratterizzazione, quindi riso, grano, orzo… Ma mettiamo un po’ d’ordine: la morfologia, per quanto riguarda la linguistica, definisce e classifica le parole attraverso l’analisi grammaticale (sostantivo, aggettivo, avverbio…); per quanto riguarda il linguaggio del cibo, invece, la morfologia prende gli alimenti e dà loro significato attraverso le ricette, trasformando semplici prodotti in piatti completi. Questi, che possono essere definiti i “soggetti” linguistici, vengono poi caratterizzati dagli “attributi” a seconda della cultura gastronomica a cui si fa riferimento.

La sintassi, invece, in linguistica si traduce nell’analisi logica, dando un ruolo preciso ad ogni singolo gruppo di parole: si individuano quindi i soggetti, i predicati, i complementi e così via. Nel linguaggio del cibo la sintassi corrisponde all’ordine delle vivande all’interno di un pasto, la sequenza. In questo senso definisce la struttura del pasto, e anche in questo caso è diversa a seconda delle culture e delle tradizioni prese come riferimento. Quindi la sintassi attribuisce significato ad un piatto in diversi modi: prendiamo come esempio la polenta. Per me, che sono piemontese, la polenta è un primo piatto, o addirittura un piatto completo facente sia da primo che da secondo. In altre zone della penisola, invece, la polenta viene usata in porzioni minori come antipasto o come accompagnamento del secondo, spesso di carne o di pesce. La ricetta di base è sempre la stessa, ma a seconda della sua posizione nel pasto assume un significato diverso (come le parole all’interno di un periodo).

Per concludere, la retorica interviene per attribuire un significato alle parole all’interno di un discorso, delineandone il contesto e le intenzioni del soggetto parlante. La retorica, propriamente considerata “l’arte del parlar bene”, nel linguaggio del cibo corrisponde alla presentazione e all’allestimento del pasto o del banchetto. Rappresenta quindi ciò che crea aspettativa e significato in merito all’avvenimento a cui si prende parte, definendone tutti gli aspetti esteriori che accompagnano il mero atto fisico del mangiare. A seconda della retorica utilizzata si attribuisce un certo contesto e importanza all’evento: è diverso mangiare in un ricco ristorante stellato o in una vecchia trattoria di paese e questa diversità si percepisce ancora prima di sedersi a tavola (arredamento, allestimento sale, benvenuto…). Uno dei più importanti strumenti di retorica culinaria è senza dubbio il menù, che presenta il pasto e i singoli piatti, creando aspettativa e desiderio nel commensale. In questo influiscono i nomi dei piatti e dei loro ingredienti, che richiamano preparazioni classiche o ricercate a seconda dell’intento del posto in cui ci si trova.   

Come abbiamo visto, quindi, il cibo può essere considerato un vero e proprio linguaggio autonomo, condiviso da tutti ma diverso a seconda delle culture che analizziamo e che conosciamo.

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Item Reviewed: Linguaggio del cibo Rating: 5 Reviewed By: Valerio Palumbo