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Qualsiasi politica di stampo proibizionista rappresenta una sconfitta culturale per la societá che ne é soggetta

Vietare qualcosa a priori significa, infatti, privarla del proprio senso: un atteggiamento pregiudiziale di tipo arbitrario che nasconde insidie e denota scarsa comprensione dei problemi e disonestà intellettuale.
In questo universo tutto ha un senso: nulla é di per sé buono o malvagio: dipende dall'uso che se ne fa; proprio qui si raggiunge la linea di demarcazione che separa un uso da un abuso.

Vietare qualcosa a priori significa, infatti, privarla del proprio senso: un atteggiamento pregiudiziale di tipo arbitrario che nasconde insidie e denota scarsa comprensione dei problemi e disonestà intellettuale.
In questo universo tutto ha un senso: nulla é di per sé buono o malvagio: dipende dall’uso che se ne fa; proprio qui si raggiunge la linea di demarcazione che separa un uso da un abuso.
Del resto é risaputo che é la dose a fare il veleno.
Senza un imparziale approccio al problema dell’abuso di sostanze stupefacenti non si riuscirá giammai ad arginare il fenomeno, in costante crescita, soprattutto tra i giovani e giovanissimi.
Aldilá dei profili incostituzionali che la legge presenta e aldilá dei dati disponibili riguardo l’aumento della popolazione carceraria per reati contro l’articolo 73 DPR 309/90 e riguardo l’aumento del consumo di sostanze illecite, vi sono conseguenze di questa legge di piú difficile interpretazione.
Dati alla mano (riporto in calce le fonti) l’esperienza della ex legge “finigiovanardi” può venir considerata non solo fallimentare, bensí funesta, sia per i danni psicologici e culturali che essa ha creato negli individui e nella societá, sia per l’enorme danno erariale di cui essa é tuttora responsabile.
Il danno culturale di cui essa é stata foriera vuole essere al centro di queste riflessioni, giacché i dati percentuali riguardanti gli aspetti oggetto di statistica, da parte degli organi preposti, sono facilmente reperibili e controllabili da chiunque.
Questa legge partiva dal presupposto che non esistano differenze tra droghe pesanti e droghe leggere, il che é un evidente e semplicistico arbitrio, dacché mescolava senza criterio sostanze naturali, sostanze naturali sintetizzate chimicamente e sostanze di pura origine chimica.
Piuttosto che associare i derivati alla materia prima naturale, quanto sarebbe piú saggio adoperare una classificazione in base alla pericolositá effettiva delle sostanze nell’organismo umano rispetto al funzionamento dei neurorecettori, cominciando, a suddividere le sostanze agoniste dalle antagoniste?
Faccio un esempio: la tabella I comprende l’oppio e suoi derivati piú comuni (morfina e diacetilato di morfina, metadone, codeina etc), le foglie di coca e i suoi derivati.
Orbene questa é una pericolosissima semplificazione, poiché sia l’oppio, sia le foglie della pianta della coca, pur provocando assuefazione, non provocano, né possono provocare subitanee overdosi; e, a meno che qualcuno voglia mettere in dubbio il consumo millenario della foglia di coca tra le popolazioni andine e le esperienze documentate di forti consumatori d’oppio (su tutti De Quincey), questo dovrebbe essere considerato un serio punto di partenza per successive classificazioni.
E, ancor di piú, in questo modo si finge di soprassedere alle differenze di sfruttamento delle suddette sostanze: la pianta di coca viene coltivata da un contadino, la cocaina viene prodotta da organizzazioni criminali.
E, de facto, l’equiparazione della cannabis alla cocaina o all’eroina (nel frattempo corretta a dimostrazione dell’incompetenza dei legislatori) non solo criminalizza il consumo di cannabis, bensí e soprattutto minimizza l’uso delle sostanze realmente dannose, sempre a favore delle politiche criminali dei narcotrafficanti.
Il mantra della dannositá della cannabis ha raggiunto ormai livelli ridicoli: mentre si propaga l’idea che essa sia dannosa all’organismo nella sua forma naturale, si vendono i suoi principi attivi sintetizzati, quale farmaco in farmacia.
In questo modo si crea disinformazione estesa, con grave rischio della salute per i cittadini affetti dal problema di abuso di stupefacenti e con conseguenze nefaste sul reale e comune sapere.
Solamente un punto di vista culturale, cioé atto a estendere le effettive conoscenze a un quanto piú vasto numero di individui, puó arginare la crescente diffusione del fenomeno dell’abuso di stupefacenti: infatti una legge é sempre un fenomeno culturale: rispecchia una percezione di un problema contingente, crea delle consuetudini, cambia il nostro punto di vista su di una determinata questione.
Non potremo probabilmente sapere a quante persone questa campagna disinformativa condotta da incompetenti ha causato dolore: penso a coloro che, per mancanza di un’adeguata istruzione in merito hanno contratto malattie virali da contagio, che avrebbero potuto evitare se ci fosse stato, da parte dei responsabili preposti, un minimo di onestà intellettuale; penso ai famigliari di coloro che, grazie a questa legge, si sono visti criminalizzare uno o piú parenti per un mero arbitrio di incapaci; penso a coloro che hanno perso una persona cara per overdose, perché la produzione e la gestione del traffico di droga viene lasciata nelle mani di persone senza scrupoli e criminali.
Da un punto di vista umano questa legge si é rivelata essa stessa un crimine; dal punto di vista del raggiungimento dei fini che si proponeva un fallimento; dal punto di vista culturale essa rimane la testimonianza di un obbrobrio arcaico, senza se e senza ma.
E visto che questi signori che hanno posto i loro nomi in calce a questa desolata legge ci hanno seriamente procurato un danno umano ed erariale e visto che non potranno risarcirci del dolore che hanno causato con le loro reiterate menzogne, che siano almeno chiamati a rispondere degli interessi che hanno coperto ed alimentato negli anni in cui la loro legge era in vigore, dalle “comunità di recupero” ai narcotrafficanti nostrani!
Carlo Rossi

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