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La legge del branco - Federico Aldrovandi insultato ancora

Prima di abbozzare un pensiero sui poliziotti che ieri, durante il congresso di un loro sindacato, hanno salutato con un'ovazione i tre colleghi che nel 2006 a Ferrara ammazzarono di botte il diciottenne Federico Aldrovandi senza un vero perché, provo a infilarmi nelle loro teste. Si sentono vittime, è chiaro. Come tutti in questo strano Paese. Ce l'hanno con l'opinione pubblica che ha chiamato assassini i loro colleghi, anche se la sentenza definitiva sostiene che non avevano volontà di uccidere. E ce l'hanno con i magistrati che hanno fatto scontare sei mesi di carcere ai condannati (gli altri tre anni della pena erano coperti erano coperti dall'indulto), nonostante in casi analoghi non sia quasi mai accaduto. Il motore di quell'applauso è dunque il solito di tutte le ribellioni italiane: lo spirito di casta accerchiata. La legge del branco che richiama per se l'impunità, ragionando in modo non dissimile dalle bande di ultrà che fronteggiano per le strade. Con l'aggravante che i poliziotti sono dipendenti dello stato: non rappresentano una fazione, ma il garante delle regole del gioco.
La sciagurata ovazione di ieri è il danno peggiore che potessero fare a se stessi. Non hanno solo mancato di rispetto a quel povero morto e ai suoi familiari. Hanno fornito un pretesto corposo alle prossime provocazioni che riceveranno nelle piazze. E nuovi argomenti a chi, fin dai tempi del G8 di Genova, li accusa a torto o a ragione di comportarsi come i cattivi, quelli da cui dovrebbero proteggerci, e di prendersela con i deboli, quelli che dovrebbero proteggere.

Buongiorno - Massimo Gramellini
La Stampa

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