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"Sviaggi" sempre diversi: le possibili motivazioni


1. Effetti psicologici della cannabis

Una caratteristica fondamentale degli effetti psicologici della cannabis è la variabilità. Secondo Tart, autore dello studio più completo e più recente, gli effetti psicologici della cannabis sono in gran parte effetti potenziali, cioè si manifestano soltanto se una serie di variabili individuali ed ambientali, estranee alla sostanza, agiscono in un determinato modo. Di conseguenza, le ricerche basate su indagini di laboratorio sono poco attendibili, per l’impossibilità pratica di riprodurre le condizioni abituali d’uso. La ricerca di Tart, eseguita sulle testimonianze di 150 consumatori, ciascuno dei quali ha avuto un certo numero di esperienze con la sostanza (più di 12 volte, distribuite lungo un periodo di almeno sei mesi), permette di valutare con sufficiente attendibilità i più frequenti effetti della cannabis nelle diverse condizioni di uso; i dati statistici dello studio di Tart (On Being Stoned) sono basati su risposte obbligate a un certo numero di domande-tipo elaborate dall’Autore.

Fra le ricerche basate su risposte libere dei soggetti intervistati, la più attendibile ci è parsa quella eseguita da Goode su 200 consumatori (Drugs in American Society).

Il quadro complessivo degli effetti della cannabis che è stato elaborato nel nostro studio è basato sui dati statistici dei due autori citati, cui abbiamo aggiunto alcuni dati della ricerca di Anonymous, che ha sperimentato su se stesso gli effetti della sostanza (The Eflects of Marihuana on Consciousness).

Seguendo la classificazione di Tart, i diversi effetti della cannabis saranno aggregati in quattro categorie:

A) percezione dell’ambiente;

B) relazioni interpersonali;

C) processi mentali;

D) percezione della soggettività.


1.1 Percezione dell’ambiente

A) Percezioni sensoriali. Gli effetti più comuni nel campo delle percezioni sensoriali sono:
percezione di qualità sottili nei suoni;

separazione spaziale delle fonti sonore;

trasformazione dei suoni in immagini visive;

percezione di schemi visivi negli oggetti;

percezioni visive più vivaci;

potenziamento delle percezioni tattili, gustative ed olfattive.

B) Riferimenti spazio-temporali. I riferimenti allo spazio ed al tempo vengono notevolmente modificati; gli effetti più frequenti sono:

modificazioni nella percezione delle distanze;

percezione di rallentamento del tempo;

sensazione di "qui e adesso", nel senso di una tendenza ad immergersi nella situazione presente, annullando i riferimenti. col passato e col futuro.

C) Percezioni paranormali. In questo campo è stata riscontrata una maggiore frequenza di fenomeni telepatici.


1.2 Relazioni interpersonali

A) Interazione sociale. La cannabis modifica notevolmente il comportamento nel contesto dei rapporti sociali (non a caso questa sostanza ha un uso quasi esclusivamente collettivo). I più frequenti effetti riscontrati dai consumatori sono:

difficoltà a recitare il ruolo sociale convenzionale;

tendenza a fare giochi o molto infantili o molto sofisticati;

maggiore solidarietà di gruppo.

Secondo Tart, «sembra che la marijuana agisca come un potenziante dell’interazione sociale.

B) Sessualità. Dalle testimonianze dei consumatori, sembra che la cannabis "non sia un afrodisiaco nel vero senso della parola, cioè di indurre l’eccitazione sessuale, ma piuttosto di rendere il sesso più attraente se l’impulso sessuale è già presente" (ibidem).


1.3 Processi mentali

A) Memoria. Uno degli effetti più tipici della cannabis è quello di indebolire la memoria immediata, fino al punto di dimenticare l’inizio della conversazione, e nei casi estremi una impressione di incontrollabile "fuga delle idee". La memoria di eventi remoti può essere invece potenziata.

E) Attività intellettuale. A bassi livelli di consumo, i coloro che ne fanno uso sentono spesso di poter svolgere un’attività intellettuale più intensa che di norma; ad alti livelli il rendimento è più basso. Altri effetti riportati:

facile accettazione delle contraddizioni;

percezione di significati diversi e profondi in cose che appaiono normalmente scontate (sensazione di "jamais vu");

tendenza ad essere assorbiti profondamente dai propri pensieri;

Introspezioni significative;

pensieri vaganti, associazioni vivaci e spontanee, sensazione di aumento della creatività.

La sensazione di "jamais vu" può dare uno spiacevole senso di spersonalizzazione.

C) Emozioni.L’effetto più frequentemente riportato è quello di un miglioramento dell’umore: rilasciamento, serenità, benessere, tendenza al ridere.

Altri effetti sull’emotività sono:

emozioni più intense; talvolta l’umore preesistente viene amplificato, anche in senso negativo (in questo caso si può avere una crisi emozionale abbastanza grave);

maggiore sensibilità alle componenti corporee dell’emotività (per es. tensione muscolare).



1.4 Percezione della soggettività

Con questa espressione Tart definisce il modo in cui i consumatori percepiscono se stessi, sia dal punto di vista somatico che psicologico.

A) Soggettività somatica. Effetti più tipici sono:

tendenza a non muoversi, rilasciamento, pigrizia, a volte letargia;

quando il soggetto si muove, ha la sensazione di farlo in modo molto fluido e coordinato;

aumentata percezione dei processi corporei;

tolleranza al dolore superiore o inferiore alla norma nella misura in cui l’attenzione viene concentrata sul punto dolente o altrove.

B) Soggettività psicologica. Gli effetti più tipici sono:

atteggiamento infantile, nel senso di una maggiore disponibilità alle nuove esperienze ed alla meraviglia;

sensazione di libertà, di mancanza di inibizioni;

maggiore sicurezza di sé;

diminuzione del distacco fra sé e il mondo esterno.


2. Ipotesi sul meccanismo di azione

Molti degli effetti descritti sono collegati fra loro. L’ipotesi che tutti gli effetti della cannabis possano essere ricondotti ad un momento unico è stata avanzata da alcuni autori.


2.1 Ipotesi della disintegrazione temporale

Secondo Melges-Tinkleberg-Hollister, l’intosssicazione da cannabis è caratterizzata da una rottura della "integrazione temporale," cioè quel processo per cui i singoli stimoli vengono collegati fra loro, mescolati e trasformati in un insieme armonico e continuo, analogamente a quanto accade per i fotogrammi di un film (cfr. Marihuana and Temporal Disintegration).

La disintegrazione temporale determinerebbe la percezione di rallentamento del tempo e l’alterazione delle percezioni sensoriali. Secondo Kaplan, anche l’effetto rilassante ed euforizzante potrebbe essere riferito alla disintegrazione temporale, nel senso che il distanziamento dal futuro provocherebbe un affievolimento della tensione collegata agli obiettivi da raggiungere (cfr. Marihuana: The New Prohibition, p. 78).


2.2. Ipotesi della deautomizzazione

Questa ipotesi, formulata da Hochman, pone al centro degli effetti della cannabis le modificazioni delle percezioni sensoriali. Hochman parte dalla premessa che ogni stimolo sensoriale viene elaborato dall’attività cerebrale secondo schemi basati sulle esperienze precedenti: questo processo permette al cervello di controllare un grande numero di percezioni in modo selettivo, ed implica necessariamente la soppressione di molte percezioni, soppressione che avviene al di fuori del controllo cosciente. Gli schemi secondo cui le percezioni vengono interpretate sono il frutto di un lavoro inconscio, in cui ogni esperienza viene confrontata, riconosciuta e trascritta come in un linguaggio stenografico: essi vengono definiti "Gestalt".

L’uso di cannabis disintegra le Gestalt e determina una condizione in cui la mente, non essendo forzata a selezionare gli stimoli secondo il meccanismo già descritto, percepisce tutti gli stimoli con eguale rilievo: questo processo è stato definito da Hochman col termine «deautomizzazione,» usato anche dagli studiosi della meditazione yoga.

Hochman esemplifica la deautomizzazione descrivendo gli effetti della cannabis sull’ascoltazione della musica: «anziché udire la musica automaticamente, secondo la Gestalt, come una linea melodica generale sostenuta da un insieme armonico di strumenti, l’intossicato sente il suono di tutti gli strumenti come relativamente eguali in importanza" (Marihuana and Social Evo!ution, pp. 69-7 0).

La deautomizzazione non è un fenomeno esclusivo della cannabis o di altre sostanze. Le Gestalt possono essere modificate anche attraverso l’esperienza e lo studio: nel caso della musica, la Gestalt sempliflcatoria del profano viene annullata dall’educazione musicale che aiuta a identificare i singoli suoni.

La deautomizzazione spiega anche l’effetto euforico della cannabis. L’euforia verrebbe provocata, secondo Hochman, dal fatto che l’intossicato "ottiene una esperienza multipla allo stesso prezzo che il non intossicato paga per un’esperienza unica e monolitica, dato che la sua esperienza scaturisce da ciò che obiettivamente è lo stesso stimolo e la stessa realtà» (op. cit., p. 70).

Dal punto di vista neurologico, la cannabis «agirebbe selettivamente su zone cerebrali che regolano le inibizioni; queste zone, o sistemi funzionali, che selezionano nella massa di stimoli ricevuti quelli più utili dal punto di vista operativo, sarebbero inibite dall’intossicazione" (op. cit., pp. 132-133).

L’ipotesi di Hochman è collegata con l’idea del filosofo Bergson, secondo cui la funzione primaria del cervello è di soppressione e selezione (cfr. op. cit., p. 132).


2.3 Ipotesi della correlazione tempo-informazione

Secondo Ornstein (On the Experience of Time, cap. III), la percezione del tempo è strettamente collegata con la quantità di informazioni che il cervello ha la possibilità di ricevere: la durata di un determinato periodo di tempo è percepita in misura proporzionale alla quantità di informazioni ricevute. La cannabis, come l’LSD, aumenterebbe la velocità di assorbimento delle informazioni, e questo darebbe la percezione di tempo rallentato.


3. Ipotesi del decondizionamento culturale

3.1 Concetto di condizionamento

Il concetto di "condizionamento" parte necessariamente da una revisione del concetto di «normalità» nella sua accezione più comune, secondo cui:

a) la condizione di "normalità" coincide con l’assenza di comportamenti che la cultura dominante definisce come "devianti" (e spesso punisce anche legalmente, come per esempio l’uso delle droghe illegali);

b) la condizione di normalità implica un rapporto soddisfacente dell’individuo con se stesso e con l’ambiente.

Critiche a questo concetto di normalità sono state mosse negli ultimi tempi da più parti. Fra le più lucide riportiamo quella formulata da Laing: "Ciò che viene chiamato ‘normale’ è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proiezione, introiezione, e di altre forme di azioni distruttive operate contro l’esperienza... Esso è radicalmente estraneo alla struttura dell’essere" (La politica dell’esperienza, p. 24). «La nostra capacità di pensare, se si eccettua quella in servizio di quanto, pericolosamente ingannandoci, supponiamo nostro interesse, e quella conforme al senso comune, è pietosamente limitata: persino la nostra capacità di ‘vedere’, udire, toccare, percepire sapori ed odori è talmente annebbiata dai veli della mistificazione che per tutti è necessaria una intensa disciplina volta a disimparare, prima che possiamo incominciare ad avere di nuovo esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore" (op. cit., p. 23).

Nel contesto della nostra ipotesi, si definisce "condizionamento" il processo per cui l’attività mentale si esercita attraverso schemi prefissati, che sfuggono, parzialmente o totalmente, al controllo della coscienza.

Due tipi di condizionamenti debbono essere sottolineati:

condizionamenti psicodinamici;

condizionamenti culturali.


3.2 Condizionamenti psicodinamici

I condizionamenti psicodinamici si esercitano a livello di meccanismi psicologici profondi, che sfuggono completamente al controllo cosciente, e si possono identificare con le istanze censorie del SuperIo. Come tali, i condizionamenti psico-dinamici si formano nella primissima fase dell’esistenza.


3.3 Condizionamenti culturali

Per «condizionamenti culturali» intendiamo "schemi di attività mentale che vengono imposti dalla cultura all’individuo, e sono finalizzati all’integrazione dell’individuo nella cultura stessa." Come tali, i condizionamenti culturali si formano nel corso di tutta l’esistenza, e si esercitano ad un livello preconscio.

In via di tentativo, i condizionamenti culturali possono essere descritti come «modalità di interpretazione e di comunicazione»; in particolare:

A) interpretazione della soggettività basata essenzialmente sul ruolo sociale dell’individuo;

B) interpretazione delle percezioni basata sulla prevalenza delle Gestalt rispetto agli stimoli primari (vedi par. 2.2 e 3.8);

C) interpretazione del tempo basata prevalentemente sui riferimenti al passato (esperienza) e al futuro (anticipazione) piuttosto che sul presente;

D) interpretazione degli oggetti basata prevalentemente sulla loro funzione (vedi par. 3.8);

E) comunicazione basata prevalentemente sull’espressione verbale rispetto ad altre possibili modalità di espressione.

I condizionamenti culturali hanno due caratteristiche qualificanti:

A) funzionalità;

B) automatismo.

A) Funzionalità. Nel contesto della cultura occidentale, in cui l’integrazione sociale dell’individuo è strettamente legata alla produzione, i condizionamenti culturali rispondono a precise esigenze di funzionalità rispetto all’attività produttiva: ciò risulta evidente dalla descrizione sommaria dei diversi tipi di condizionamento, e sarà spiegato più dettagliatamente al par. 3.8.

E) Automatismo. Come si è già accennato, i condizionamenti culturali si sviluppano ed agiscono a livello preconscio: essi tendono quindi ad essere applicati automaticamente ad ogni tipo di situazione, anche quando non sussistono le esigenze che sono alla base della loro esistenza. In pratica, l’automatismo si manifesta nella diffusissima tendenza a riprodurre nel contesto del tempo libero modalità di comportamento che sono tipiche dell’attività lavorativa: rigidità del ruolo sociale, tendenza alla pianificazione, ecc.


3.4 Concetto di decondizionamento

Il decondizionamento, inteso come soppressione o indebolimento dei condizionamenti, è uno dei bisogni basilari dell’umanità. In ogni tipo di cultura l’esigenza di un decondizionamento ciclico è legata a determinate ore del giorno, giorni della settimana, stagioni dell’anno, riti e festività. Un tipico esempio di decondizionamento socialmente strutturato è l’antico rito del carnevale.

Dal punto di vista biologico, la necessità del decondizionamento si manifesta nella funzione del sogno: è noto infatti che la funzionalità del sonno come momento di recupero biologico è strettamente legata alla fase REM, in cui il soggetto sogna, cioè ad un’attività mentale di tipo diverso da quella che ha luogo nello stato di veglia.


3.5 Etica della produzione e valori alternativi

Esaminando il problema in chiave più specificamente sociologica, i concetti di «condizionamento» e "decondizionamento" possono essere meglio inquadrati accennando all’analisi di Young.

Secondo Young, la nostra cultura è dominata dalla "etica della produzione", cioè da "valori funzionali alla struttura dell’industria moderna,.. a una burocrazia totalizzante che governa un sistema di razionalità economica, accurata divisione del lavoro, regole di comportamento complesse e altamente formalizzate. Questi valori sono necessari per l’espletazione di un’attività diligente e ripetitiva e la realizzazione di obiettivi a lungo termine" (The Drugiakers, p. 126).

In contrasto con l’etica della produzione (che può essere equiparata ai condizionamenti culturali), Young pone i «valori alternativi,» cioè i «valori dell’espressività, dell’edonismo, dell’emozione, della ricerca di nuove esperienze, di una società non alienata, che sono compresi nella abituale definizione del concetto di ‘gioco’" (ibid.). Il "gioco" viene definito da Young come «il dominio dei valori alternativi, che si realizza quando l’uomo esce dal lavoro quotidiano, oltre i limiti della realtà economica» (op. cit., p. 130).

I valori alternativi sono tipici dell’infanzia; il passaggio dai valori alternativi all’etica della produzione avverrebbe durante l’adolescenza, e corrisponderebbe al passaggio dal «principio del piacere» al «principio della realtà,» secondo la classica teoria di Freud.

L’instaurarsi dell’"automatismo" dei condizionamenti culturali è visto da Young come un processo indotto, cioè come l’espressione del tentativo, da parte della società dei consumi, di neutralizzare ed assorbire i valori alternativi nell’ambito dell’etica della produzione. Il passaggio dall’adolescenza alla maturità «genera nell’adulto un senso di colpa relativo all’espressione spontanea dei valori alternativi; egli è incapace di lasciarsi andare, di liberarsi dall’abbraccio dell’etica produttivistica, e di entrare senza ambivalenza nel mondo del gioco" (op. cti., p. 133). Di conseguenza, "il nostro tempo libero.., è strettamente collegato al nostro lavoro, non è ‘gioco’ nel vero senso della parola, cioè un momento di significato nettamente contrastante col lavoro di tutti i giorni; è semplicemente l’arena in cui vengono sancite giuste ricompense per un lavoro coscienzioso, in cui il rango sociale è confermato da appropriati consumi, in cui vengono generati bisogni che conducono alla produttività e facilitano il controllo sociale" (ibid.).

Anche Marcuse ha sottolineato l’influsso della società nel passaggio dal principio del piacere al principio della realtà (contrapponendosi a Freud, che considera questo passaggio come un fenomeno di maturazione positivo), e ha così descritto il fenomeno:

da                                           a
soddisfazione immediata       soddisfazione differita
piacere                                limitazione del piacere
gioia (gioco)                         fatica (lavoro)
recettività                             produttività
assenza di repressione          sicurezza

(Eros e civiltà, p. 60).


3.6 Uso ricreativo di droga come decondizionamento

Si è visto come esista un’acuta contraddizione fra i condizionamenti e le esigenze del tempo libero. Questa contraddizione è una delle motivazioni più tipiche e tradizionali dell’uso di sostanze psicotrope. Nel contesto della nostra cultura, la funzione dell’alcool è stata per millenni quella di facilitare il decondizionamento. A questo proposito, Young sostiene che è errato considerare questo tipo di uso di droga come "fuga dalla realtà," laddove si tratta invece di «fuga in una forma diversa di realtà,» quella appunto dei valori alternativi, che sono altrettanto reali che le fabbriche, i banchi di lavoro e le catene di montaggio» (op. cit., p. 137).

Fra i diversi modelli comportamentali di uso di droga, quello che viene definito «sociale-ricreativo» cioè limitato al tempo libero e ai rapporti sociali è specificamente legato alla funzione decondizionante (cfr. Arnao, Rapporto sulle droghe, p. 51). Il decondizionamento è ovviamente legato alla specifica azione farmacologica della sostanza sull’attività mentale, che possiamo definire azione primaria. Si può però supporre che la funzione decondizionante abbia anche una componente puramente simbolica: l’azione secondaria, attraverso cui il consumatore di droga cerca e ottiene dalla società una giustificazione per un comportamento che sarebbe altrimenti censurato. In altre parole, l’uso di droga (in particolare di alcool, che nella nostra cultura è largamente accettato) non sarebbe motivato soltanto dalla necessità di superare le inibizioni, quanto anche dalla consapevolezza che un comportamento disinibito viene convenzionalmente accettato solamente se ottenuto attraverso l’intossicazione: la società è in certo qual modo rassicurata sul fatto che il comportamento deviante è sporadico, limitato ai tempi, ai luoghi e ai modi consentiti, che è insomma l’eccezione che conferma la regola. Se questa ipotesi è valida, si può pensate che la società venga tanto più rassicurata, in quanto i postumi dell’intossicazione da alcool sono generalmente spiacevoli, e le conseguenze dell’uso intenso sono drammatiche a lunga scadenza: questo dà la certezza che, se l’eccezione tende a diventare la regola, essa verrà sicuramente punita.


3.7 Uso di alcool come decondizionamento psicodinamico

La funzione disinibente dell’alcool è intimamente radicata nella nostra cultura, sia a livello di folklore sia di elaborazione scientifica (Freud ha affermato che "il Super-io è solubile nell’alcool" Gli scarsi effetti dell’alcool sulle percezioni sensoriali e sui processi cognitivi (cfr. Tart, op. cit., p. 273) sembrano d’altronde dimostrare che questa sostanza non ha un’influenza significativa sui condizionamenti culturali.


3.8 Uso di cannabis come decondizionamento culturale

Abbiamo visto (par. 3.3) come i condizionamenti culturali influiscano essenzialmente sulla interpretazione della soggettività, della percezione del tempo e degli oggetti, e sulla comunicazione. Sulla base di questa classificazione, si possono individuare alcuni effetti primari della cannabis che qualificano l’azione complessiva della sostanza come un’azione «decondizionante»; gli effetti in questione sono:

A) distacco dal ruolo;

B) modifica delle percezioni sensoriali;

C) rallentamento del tempo;

D) inibizione delle associazioni funzionali;

E) potenziamento dell’espressione non-verbale.

Il concetto di "decondizionamento" è stato usato anche da Hochman, secondo cui la cannabis e gli allucinogeni, "disintegrando l’esperienza normale della realtà e della soggettività, mettono in discussione il rapporto fra l’io e la realtà esterna: una realtà che coincide, in molti dei suoi aspetti, con la società. Seppure in un’accezione piuttosto larga, l’individuo vive un decondizionamento rispetto alla normale percezione del mondo e di se stesso» (Marihuana and Social Evolution, pp. 137-138).

Gli effetti primari tipicamente decondizionanti della cannabis vengono analizzati separatamente nei paragrafi seguenti.

A) Distacco dal ruolo. Il concetto di "ruolo" è stato così descritto da Hochman: «Tutte le culture formano e modellano il concetto di identità dei propri membri. Ogni membro, per essere ‘sano’, deve conformarsi ad una realtà sociale elaborata collettivamente. Questo processo è stato definito ‘socializzazione’ o ‘acculturazione’: esso comprende l’apprendimento di principi, di sistemi di pensiero, di affermazioni implicite e di modelli sulla natura dell’uomo e della società, e un complesso di regole e di ruoli per i rapporti reciproci" (op. cit., p. 124). "Questa prospettiva funzionale non è limitata alla percezione dell’ambiente, ma è collegata, nella società occidentale, ad una definizione e interpretazione funzionale della soggettività: l’individuo impara a considerare se stesso come un’entità che occupa varie posizioni funzionali e risponde a diverse esigenze sociali, cioè quelli che i sociologi definiscono ‘ruoli’. La stima che l’individuo ha di se stesso è basata sulla sua attitudine a conformarsi a questi ruoli, vale a dire che i criteri di valutazione del proprio successo sono legati in parte alla accettazione ed alla conferma della propria funzionalità da parte degli altri" (op. cit., p. 123). La valutazione della propria identità è tanto più legata alla approvazione sociale, quanto più la società è tecnologizzata, per cui il collegamento fra l’individuo e la sua funzione non è diretto ma estremamente complesso e articolato. Inoltre, il fatto di comportarsi secondo un ruolo libera la mente dell’individuo dalla necessità di elaborare un’enorme massa di stimoli, il cui accumularsi provocherebbe stress o angoscia (cfr. op. cit., p. 125); d’altra parte, la rigidità e la ripetitività dei comportamenti collegati al mantenimento del ruolo possono essere fonti di alienazione e di tensione.

Molti degli effetti della cannabis possono essere riferiti al distacco dal ruolo sociale convenzionale: la tendenza al gioco o all’inattività, il potenziamento dell’interazione sociale, la facilità all’introspezione, la migliorata percezione delle funzioni somatiche, la più elevata emotività, la tendenza ad immergersi in pensieri astratti, cioè tutti i comportamenti che vengono generalmente repressi nel nome dei valori di "funzionalità" e di "maturità che il ruolo sociale convenzionale impone. L’antagonismo fra la fantasia e il ruolo sociale convenzionale è così descritto da Laing: «Le fantasie... vengono scisse da ciò che l’individuo considera la propria esperienza matura, sana, razionale, adulta. In questo caso la fantasia non viene colta nelle sue funzioni autentiche, ma l’esperienza che ne viene fatta è quella di una molesta intrusione infantile a scopo di sabotaggio» (op. cit., p. 28).

B) Modifica delle percezioni sensoriali. Secondo Anonymous (cfr. op. cti., p. 331), il processo basilare della percezione è il confronto dello stimolo sensoriale con una esperienza analoga del passato: lo schema mnemonico. La percezione sarebbe quindi una combinazione di due fonti d’informazione: a) stimolo e b) schema mnemonico, e può essere basata prevalentemente sull’una o sull’altra fonte. Attraverso l’esperienza e la maturazione, lo schema mnemonico viene sviluppato e stabilizzato, così che le percezioni vengono basate sempre meno sullo stimolo sensoriale e sempre più sullo schema mnemonico: la percezione diventa cioè un processo di identificazione(interpretazione dello stimolo in rapporto al suo significato e alla sua funzione) più che di osservazione (per cui lo stimolo stesso viene recepito per le sue qualità sensoriali intrinseche).

Con l’uso di cannabis, la percezione viene basata sullo stimolo sensoriale più che sullo schema mnemonico. Le esperienze percettive, private di quel senso di familiarità che è dato dal riferimento allo schema mnemonico, sembrano nuove (sensazione di «jamais vu"), il che risulta generalmente piacevole. Alla modifica delle percezioni vanno riferiti tutti gli effetti sulle percezioni uditive, visive, tattili e gustative che abbiamo citato al par. 1.1. L’ipotesi di Anonymous sulla elaborazione delle percezioni è sostanzialmente analoga a quella di Hochman, di cui si è trattato al par. 2.2.

C) Rallentamento del tempo. Abbiamo visto (par. 2.1 e 2.3) come alcuni studiosi abbiano attribuito alla percezione di tempo rallentato un ruolo centrale nella dinamica degli effetti complessivi della cannabis.

Nello stato normale, in base ad un condizionamento che è tipico della nostra cultura, il presente viene vissuto come un continuo processo di interpretazione, di confronto con l’esperienza passata e di anticipazione del futuro, ed è quindi sentito come sfuggente o addirittura inesistente: questo dà la sensazione di uno scorrere accelerato del tempo.

La percezione di tempo rallentato è collegata con una diminuzione della memoria immediata (che è uno degli effetti più tipici della cannabis a dosi medie o alte) e con un indebolimento delle anticipazioni, cioè delle previsioni sulle conseguenze e sviluppi della situazione presente. Il processo di anticipazione, che è controllato dalla coscienza quando la situazione che l’individuo deve affrontare è nuova o particolarmente impegnativa, verrebbe secondo Anonymous applicato tendenzialmente ad ogni tipo di situazione, fuori del controllo della coscienza, distogliendo una parte dell’attenzione dall’esperienza vissuta (cfr. op. cit., p. 343). Majore ritiene che l’anticipazione sia uno strumento inconscio per dominare la paura del futuro, cioè dell’ignoto e della morte (cfr. Arnao, Rapporto sulle droghe, pp. 104-103).

La percezione di tempo rallentato è tipica anche dell’infanzia, in cui potrebbe essere determinata non soltanto dalla differenza fra "tempo obiettivo" e "tempo biologico", ma anche dall’influsso minore che le esperienze passate e le anticipazioni hanno sull’attività mentale del bambino.

Al rallentamento del tempo va riferita quella sensazione detta di "qui e adesso," che non a caso è un leit-motiv della cultura psichedelica.

D) Inibizione delle associazioni funzionali. L’educazione ci abitua a considerare gli oggetti in rapporto alla loro funzione piuttosto che alle loro caratteristiche intrinseche, dandoci quindi degli oggetti stessi una limitata esperienza. Anche le associazioni mentali che dagli oggetti vengono stimolate sono condizionate alla funzione: si parla in questo caso di associazioni funzionali; le associazioni spontanee (quelle cioè svincolate dalla funzione) sarebbero inibite, nel normale stato di coscienza, dalle associazioni funzionali. Secondo Anonymous, l’uso di cannabis, diminuendo le associazioni funzionali, libera le associazioni spontanee, e questo sarebbe un fattore del potenziamento della fantasia e delta creatività (cfr. op. cit., p. 347). Anche in questo caso l’analogia con la situazione infantile, in cui le associazioni funzionali sono necessariamente deboli, è evidente.

E) Potenziamento dell’espressione non-verbale. L’effetto decondizionante della cannabis sulla comunicazione si manifesta direttamente nella possibilità di usare canali di comunicazione diversi da quello dell’espressione verbale (al limite attraverso la telepatia), con riflessi positivi o negativi sui rapporti interpersonali. D’altra parte, se il linguaggio verbale non viene considerato come una semplice modalità di comunicazione, ma anche come una particolare strutturazione dell’attività mentale, all’azione decondizionante sulla comunicazione possono essere attribuiti certi comportamenti collegati con una de-strutturazione dell’attività mentale, come per es. la tendenza al ridere e la disponibilità ad accettare le contraddizioni.

Alcuni effetti tipici della cannabis, come la diminuzione del distacco dal mondo esterno, lo stato di benessere, gli effetti sui rapporti interpersonali, sembrano collegati con più di uno degli effetti primari descritti.




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