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Erri De Luca: "Pronto a entrare in galera per sabotare la Tav"

Dopo l'intervista rilasciata all'Huffington Post a settembre in cui si dichiarava favorevole alla pratica del 'sabotaggio' per fermare il Tav (e per la quale si trova oggi sotto processo) il popolare scrittore ribadisce al portale informativo le proprie ragioni e la rinuncia di ricorrere in appello dopo un'eventuale condanna, per rivendicare e assumere il significato politico della sua presa di posizione.




"Se mi condannano per istigazione alla violenza non farò ricorso in appello. Se dovrò farmi la galera per avere espresso una opinione, allora la farò". Erri De Luca non cerca scappatoie legali, non è certamente il tipo. Lo scorso settembre all'Huffington Post rilasciò un'intervista nella quale disse che "la Tav va sabotata". 

Una frase che destò scalpore, e convinse i magistrati di Torino - allora guidati dal procuratore Giancarlo Caselli - ad aprire un fascicolo per istigazione a delinquere. Un reato che potrebbe costargli fino a cinque anni di carcere: "Quella frase la ripeterei perché è il mio pensiero".

Pochi giorni fa Le Monde ha pubblicato un colloquio con lo scrittore, durante il quale ha rivendicato "l'obbligo morale alla disobbedienza". Oltralpe la Torino-Lyone non è la Valsusa, ed è lo stesso governo francese a dare minore importanza al progetto: al punto che le coperture finanziarie sembrano mancare.

Nel capoluogo piemontese invece il 22 maggio comincerà il processo per i quattro giovani - Chiara Zenobi, Mattia Zanotti, Claudio Alberto, Niccolò Blasi - accusati di terrorismo - poiché secondo gli inquirenti avrebbero messo a segno un attentato "con ordigni micidiali ed esplosivi" in un cantiere dell'alta velocità. A loro sostegno hanno firmato un appello lo stesso De Luca e, tra gli altri, Massimo Carlotto, Valerio Mastandrea, il fumettista Zerocalcare, Moni Ovadia.


De Luca, il 5 giugno ci sarà l'udienza preliminare per aver istigato al sabotaggio della Torino-Lione. Cosa ne pensa?

Non chiederò il rito abbreviato perché preferisco un processo aperto con udienze pubbliche. Non so quanti anni di carcere sto rischiando, non mi occupo di queste cose, ma non voglio sconti di pena. E se dovessero condannarmi, ho concordato con il mio avvocato che non ricorreremo in appello. Se dovrò andare in galera, allora ci andrò.

Ripeterebbe che bisogna sabotare la linea Torino-Lione?

Che la Tav debba essere sabotata perché inutile e nociva è un mio pensiero che continuerò a ripetere. Invece di "sabotata" potrei dire bloccata o impedita, quello è il concetto. Mi contestano il reato di istigazione alla violenza (istigazione a delinquere, ndr), ma è chiaro che mi processeranno per avere espresso una opinione. In aula difenderò il diritto di parola, perché i giudici intendono il verbo "sabotare" in maniera restrittiva, ovvero come danneggiamento diretto. E invece sabotare nella storia ha sempre avuto un'accezione politica: anche gli operai che bloccavano le catene di montaggio sabotavano, pur senza rompere alcun macchinario. È questo il valore principale della parola sabotaggio in Val di Susa: l'opposizione politica all'opera.

Quattro persone si trovano in carcere con l'accusa di terrorismo per avere distrutto un compressore di un cantiere in Valsusa. In questo caso il danneggiamento materiale c'è stato, no?

Dopo aver parlato del lato ridicolo della faccenda, il mio, passiamo al lato serio: vi sono quattro giovani che sono accusati di terrorismo perché avrebbero danneggiato un macchinario, ma non sono stati colti in flagranza di reato, bensì con flagranza differita, una delle invenzioni giuridiche di questo strano Paese utilizzata dai magistrati che vogliono rimanere comodi. Siamo al delirio.

Sta dicendo che non ci sarebbero prove della colpevolezza di Chiara Zenobi, Mattia Zanotti, Claudio Alberto e Niccolò Blasi?

Non so se siano stati loro a compiere quel danneggiamento, so che rischiano 30 anni di carcere, vengono tenuti in un regime carcerario punitivo, spostati da un penitenziario all'altro per rendere più dura la detenzione come facevano con la nostra generazione negli anni '70. Questa è la punta d'iceberg della repressione attuata da quattro magistrati della Procura di Torino che si occupano esclusivamente dei No Tav. E sono riusciti a fatturare oltre mille incriminazioni, una repressione di massa.

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Tornando al sabotaggio, danneggiamenti reali ai macchinari ci sono stati. Così come un pestaggio ai danni dell'autista del pm Rinaudo, appartenente al pool che indaga sulla Valsusa. Sono episodi riconducibili a elementi esterni?

Non deve chiederlo a me. Non sono il portavoce del movimento No Tav, sostengo le loro ragioni e il 10 maggio sarò a Torino a chiedere la libertà dei quattro incarcerati. Se qualcuno vuole rivendicare un'azione di sabotaggio diretta, che lo faccia pure. A me non risulta che sia mai stato fatto, tranne il taglio di alcune reti poste illegalmente in alcuni terreni. Per quanto riguarda il pestaggio, si tratta di un episodio marginale così come è un episodio marginale la distruzione di un presidio No Tav accaduta lo scorso inverno.

Dunque i giornalisti dovrebbero occuparsi d'altro?

Le notizie vere del movimento No Tav non colpiscono l'opinione pubblica perché meritano soltanto un trafiletto.Invece le notizie come il pestaggio dell'autista vengono ingigantite perché abbiamo una stampa embedded, al seguito delle truppe e fiera di esserlo. In questo caso l'esercito in Valsusa c'è davvero, una occupazione militare a regime attenuato perché manca il coprifuoco.

Dopo la manifestazione a Roma voci del governo e una parte della stampa vorrebbero vietare i cortei che potrebbero sfociare nelle violenze.

Queste manifestazioni danno fastidio e dunque vorrebbero fare come Cossiga alla fine degli anni '70, quando decise che i cortei della sinistra extraparlamentare non dovevano essere autorizzati. Ma noi i cortei continuammo a farli perché è un diritto costituzionalmente garantito.

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Gli scontri con la polizia sono ormai una costante delle manifestazioni, non oscurano forse le ragioni della protesta?

Le manifestazioni sono diverse una dall'altra, non esiste uno sceneggiatore che orchestra le esplosioni della rabbia. Ormai i cortei sono diversissimi da quelli che organizzavamo negli anni '70, con i partiti e i sindacati che avevano un servizio d'ordine. Oggi scendono in piazza componenti eterogenee con moltissime buone ragioni per protestare, ma senza gestione unitaria. Se i manifestanti si scontrano con i celerini è per attrito o autocombustione.

Il direttore della Caritas di Torino, Pier Luigi Dovis, dice che ormai vede "una rabbia non governabile dei poveri".

Dovis potrebbe essere accusato di istigazione a delinquere (sorride, ndr). Tutto sommato penso che in questo Paese esplodano fuochi di piccolissima entità rispetto alla tensione esistente, per le condizioni di impoverimento generale e parallelamente per l'arricchimento di alcuni. Perché il problema è l'allargarsi delle ingiustizie che scavano fossati, e la nostra comunità si divide in gruppi che non si appartengono più, strati incomunicati tra loro che si ignorano oppure si urtano.


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Andrea Red

Fonte: Infoaut 







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