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La ricerca della felicità, alcuni spunti




La felicità è, ed è sempre stata, uno dei principali obiettivi prefissatasi dall’uomo. Pensieri, parole ed azioni vengono spesso utilizzate finalisticamente, per arrivare con forza a tale scopo.

L’importanza di questa continua ricerca da parte dell’essere umano è sottolineata in particolare nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, all’interno della quale “il perseguimento della Felicità” viene indicato come un diritto inalienabile, dopo la Vita e la Libertà.

Nella Costituzione della Repubblica Italiana, precisamente all’Articolo 3, si legge inoltre che è necessario “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” Dunque, senza libertà ed uguaglianza, risulta essere molto complicato conseguire uno sviluppo intellettuale e sociale che sia completo, e ciò compromette notevolmente il livello di felicità di ognuno.

Nel tempo, filosofi e letterati si sono concentrati su quest’argomento, derivandone opinioni differenti. Per Schopenhauer, ad esempio, la felicità rappresentava semplicemente un’illusione temporanea, scaturita dal raggiungimento di specifici desideri. Si può essere d’accordo o meno con questa visione, ma una cosa risulta inequivocabile: “l’incertezza è l’habitat della natura umana”, come sostenuto dal sociologo Zygmunt Bauman ne «L’arte della vita», ed “è per questo che una felicità autentica, adeguata e totale sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi.” Il nostro futuro, così spesso minacciato ed offuscato da vari fattori, contribuisce a creare una situazione angosciosa, determinata in particolar modo dall’imprevedibilità degli eventi.

Nonostante ciò, la maggioranza delle persone crede che il livello di felicità si sia innalzato negli ultimi anni, a causa di quello che viene spesso denominato “progresso”. Non sono dello stesso parere M. Maggioni e M. Pellizzari (autori dell’articolo «Alti e bassi dell’economia della felicità», pubblicato su “La Stampa” il 12 maggio 2003), i quali, dopo aver analizzato i grafici, hanno notato che la soddisfazione media riportata dagli europei nel 1992 era sostanzialmente alla stessa soglia di vent’anni prima. Risultati simili sono stati registrati anche negli Stati Uniti.

La critica mossa ai due giornalisti è il fatto che ognuno si dichiara soddisfatto in relazione a ciò che può ottenere realisticamente, quindi oggi siamo più felici rispetto al passato, ma non ci riteniamo tali poiché le nostre aspettative sono mutate e migliorate, e desideriamo sempre di più.

I dati però confermano altro: la felicità non cresce significativamente nel tempo, come certificato da alcuni studi riguardo le percentuali di persone affette da depressione e il numero di individui che hanno intrapreso la dolorosa via del suicidio. Gli autori chiudono l’articolo con un interrogativo esistenziale: “ma allora cos’è che ci rende felici?”.

Alcune risposte possono giungerci dai due economisti Stefano Zamagni e Leonardo Becchetti. Entrambi si sono occupati della trattazione dell’homo æconomicus , un modello umano sviluppatasi negli ultimi anni, caratterizzato dal suo isolamento dagli altri per cause economico-finanziarie ed individualistiche che lo portano all’infelicità.

Zamagni (autore peraltro del saggio «Avarizia. La passione dell’avere») ritiene che per essere felici si debba essere almeno in due: solo con l’interscambiabilità di azioni cortesi gratuite e disinteressate (quindi nel rifiuto di comportamenti utilitaristici) può essere registrato un incremento del livello di felicità di ciascuno. L’avaro è invece cullato dall’infelicità proprio a causa di se stesso, perché non riesce a sviluppare la qualità dell’aiuto reciproco.

Becchetti, dal canto suo, analizza il fenomeno nel suo saggio «C’era una volta la crisi», riferendosi alla crisi che da qualche anno sta scuotendo il mondo. Per lui esistono quattro crisi: economica, finanziaria, del welfare e della felicità. Solo risolvendo quest’ultima, cercando quindi le condizioni per mutare la natura dell’homo æconomicus, potremo avere le premesse e gli strumenti necessari per estinguere le altre.


La verità è che la crisi di felicità sarà molto difficile da sanare, a causa del sistema capitalista nel quale ci troviamo e della sua espressione neoliberista.
Tutto ha un secondo fine, e l’apparato di produzione e le merci prodotte hanno ormai assunto un’importanza a dir poco spaventosa, tanto da mettere in secondo piano l’essere umano in quanto tale.

La felicità dovrebbe scaturire dall’adempimento dei nostri sogni, dei nostri desideri, delle nostre attuali aspettative di vita. Molte strade sono però impraticabili e la rinuncia ad esse sopprime con forza ogni gioia. Siamo oramai abituati ad avere tutto, anche gli oggetti più inutili ed insignificanti, solo per fare un piacere a noi stessi e per farci notare dagli altri, ma in questo modo ci stiamo allontanando sempre di più dalla semplicità, dall’allegra spensieratezza

Ci stiamo dimenticando cosa significa sdraiarsi in un prato sotto la luce del sole, camminare in montagna respirando aria pulita, aiutare chi è in difficoltà a vivere meglio, passare più tempo con le altre persone. Sembrano esempi banali, ma, in un tempo come questo, nel quale l’individualismo e l’indifferenza nei confronti del resto del mondo iniziano a diffondersi come antidoto all’infelicità (seguendo la formula “meno so, meglio sto”), dovrebbero essere seguiti per mettere in pratica una maggiore solidarietà tra tutti gli uomini, per rendere felici e per farsi rendere felici.





Andrea Redolfi




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